Movies review sensoriali

Aladdin 2019

(ovvero, scoprirsi bigotti e perbenisti 27 anni dopo)

Regia di Guy Ritchie, con Will Smith, Gigi Proietti, Mena Massoud, Naomi Scott, Billy Magnussen, Marwan Kenzari.
Titolo originale: Aladdin.
Genere Avventura, Fantasy, Musical – USA, 2019,
Durata 128 minuti.

Da bravo millenial, nutro un ricordo di forte amore e nostalgia per i classici Disney. Pertanto, spogliatomi dal luogo comune (e timore) del “di sicuro avranno rovinato l’originale”, mi sono guardato, e guarderò, tutti i suddetti classici che stanno di recente uscendo, con una veste del tutto nuova, con grande uso della tecnica del live action.

L’ultima mia visione è stata Aladdin 2019 il quale, oltre al fatto che mi fosse particolarmente piaciuto l’originale del 1992, mi attirava anche per la simpatia che provo nei confronti di Will Smith e della sua bravura da attore.

Piccola premessa: essendo passati anni dalla visione degli originali, prima di spararmi quelli di nuovo conio, mi vado a rivedere le vecchie pellicole.

Così come accaduto per i precedenti, anche con Aladdin ho provato una forte sensazione di stucchevolezza, pur non avendo mangiato dolciumi durante la visione.
Naturalmente, i film sono stati un po’ rimaneggiati, anche nella sceneggiatura, per adattarli alle diverse tempistiche e sensibilità di oggi, sicuramente lontane da quelle di anni addietro. E questo lo posso comprendere.

Ciò che, invece, mi lascia un po’ spiazzato, è aver notato che le aggiunte ed i tagli della sceneggiatura paiono tutti essere a senso unico, verso un forzato perbenismo o puritanesimo. Se nell’originale alcune scene suscitavano una lieve paura, per i toni particolarmente scuri dei personaggi o dei colori, zac! tagliate e sostituite da parate di sorrisi e colori. Stessa cosa per tutto ciò che riguarda sentimenti di dolore, tristezza, ovvero dialoghi o situazioni non politicamente corrette.

Il fatto è che, in particolare nel caso di Aladdin, ma lo stesso vale anche per tutti gli altri, alcuni cambiamenti stravolgono non solo il senso, ma anche il sapore del racconto.

Ad esempio: il mercante goffo e misterioso, che nel 1992 introduce alla storia di Aladino, è stato sostituito da Will Smith, ex genio, che racconta alla famigliola la relativa favola. E questo perché? semplice: perché nel 1992, il genio, non chiedeva di diventare mortale e farsi una famiglia ma, come più ragionevole e sensato, diventare libero e godersi la vita, con tutti i suoi poteri! Non mi sembra un cambio da poco…ma forse, oggi, dire che un uomo preferisce godersi il potere e la libertà da solo, piuttosto che perdere tutto e farsi una famiglia, non è politically correct.
Altre differenze che ho notato: la principessa, fuori dalle mura del castello, è totalmente imbranata, non indipendente, ed ha bisogno del supporto di Aladino per tutto, mentre nel 1992 si burlava del “bullo” Aladdin, che credeva di dover insegnarle a saltare da un tetto all’altro con il palo, compiendo tale salto mentre lui ancora stava spiegando come fare.

E così via.

Altri esempi si potrebbero fare, pure nei precedenti remake: provate ad ascoltare cosa canta Mowgli, nel Libro della Giungla originale in cartone animato, nella parte finale, quando si avvicina al villaggio e vede la bambina di cui si innamora: cose del tipo “è la donna giusta per me, cucinerà per me, laverà i miei panni” e robe di questo tipo. Immaginatevi se avessero inserito una canzone così nel film di animazione moderno! La Disney, probabilmente, sarebbe fallita a suon di accuse di sessismo.

Con questo non voglio dire che non sia stato piacevole vedere la versione moderna, reinterpretata diciamo, di Aladdin, ma la poesia, i sentimenti, le gioie ed i dolori che accompagnavano i vecchi cartoni animati Disney e che, per tutti questi caratteri, ne hanno fatto dei classici, si sono perse negli anni, lasciando allo spettatore moderno una bella espressione di tecniche digitali ed effetti speciali che, insieme al racconto, verranno velocemente dimenticate. E’ la stessa differenza che passa nel mangiare un piatto di spaghetti al pomodoro “della mamma”, profumato, dalla salsa densa, gustosa e abbondante, che macchia la pasta ed i bordi del piatto, ad uno bellissimo da vedere (e fotografare), bilanciato e perfetto nelle sue caratteristiche estetiche ma che, una volta in bocca, ci lascia indifferenti e sognanti di quello materno.

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